Il periodo è quello giusto per provare questa ricetta, l'ho scovata su facebook sulla pagina Profumo di basilico ed è tradizionale calabrese.

È una di quelle preparazioni quasi dimenticata, ma personalmente trovo sia ottima, quasi a costo zero, se si esclude l'olio e davvero gustosa ed originale da presentare come antipasto.

Non riporto le quantità, ma solo gli ingredienti, regolatevi a gusto personale.


Fichi acerbi a savuza

  • Fichi acerbi piccoli e non ancora maturi, l'interno deve risultare bianco
  • Aglio
  • Mentuccia romana 
  • Aceto di vino bianco
  • Zucchero
  • Sale
  • Olio extravergine di oliva
Lavare i fichi e inciderli dalla parte opposta al picciolo con un taglio a croce relativamente profondo. Portare a bollore acqua , salare e tuffarvi i fichi, lasciare cuocere per 10 minuti.
Provare la cottura con i rebbi di una forchetta,  dovranno risultare sufficientemente teneri.
Scolare e tenere in caldo.
Schiacciare uno spicchio di aglio e farlo soffriggere dolcemente in un tegame con abbondante olio , quando inizia ad imbiondire aggiungere delle foglie di mentuccia, unire una tazzina di aceto bianco e un cucchiaino di zucchero, lasciare sobbollire per cinque minuti.
Dopo questo tempo inserire i fichi nel tegame e lasciare insaporire per un altro paio di minuti rivoltandoli più volte.
Spegnere il fuoco e fare riposare per almeno un paio di ore .
Si consumano come antipasto a temperatura ambiente.

 Pur vivendo da quasi trent'anni in Abruzzo non conoscevo questi biscotti.

Ho scovato la ricetta sul blog Un'americana tra gli orsi e ho voluto provarla, la versione originale prevede la confettura di uva, tipica abruzzese, ma anche con altre confetture è ugualmente buona.

Semplice la realizzazione, buona la durata, ottimo il gusto, si può scegliere di realizzarli anche con altre farine, tocca solo provarla.

Io ho realizzato un solo rotolo e in cottura si è allargato troppo per i miei gusti, suggerisco di realizzarne due più piccoli per ottenere poi fette della misura giusta.






Biscotti arrotolati alla confettura abruzzesi

  • 2 uova
  • 130 g zucchero
  • sale un pizzico
  • buccia grattugiata di un limone bio
  • 80 ml olio di semi
  • 250/270 g farina 00
  • 100 g farina integrale ( volendo utilizzare tutta farina 00 o sperimentare con altre farine )
  • 8 g lievito per dolci
Per farcire : confettura di uva o altra a piacere.
Per la finitura: latte e zuccherini

Mescolare uova, zucchero, sale e buccia di limone grattugiata, inserire l'olio poco alla volta.
Unire le farine mescolate con il lievito in tre volte.
Se necessario aggiungere altra farina o liquidi per ottenere una frolla compatta e non appiccicosa.

Stendere la frolla allo spessore di mezzo cm, di cartaforno con uno spolvero di farina, creare due rettangoli.
Spalmare la confettura su tutto il rettangolo, lasciando un centimetro libero ai bordi.
Arrotolare e far capitare la chiusura al di sotto, sigillare bene le estremità, spennellare con latte e cospargere con zucchero a granella.
Cuocere in forno caldo a 180°C per 30' o più se occorre.
Far raffreddare e tagliare a fette spesse circa 2/3 cm.

 Questa ricetta letta anni fa su Ammodomio ha sempre fatto parte delle mie tradizioni di Pasqua. A casa mia non si usa, ma a me è sempre piaciuta l'idea di un pane briosciato dal sapore deciso di formaggio e perfetto per accompagnare la colazione di Pasqua o pasquetta.

La ricetta è di Paola Lazzari e io non l'ho mai modificata, è perfetta così.

È una preparazione che necessita di tre giorni di riposo prima di essere gustata, si può quindi preparare in anticipo e gustarsela senza stress la mattina di Pasqua.

Vi lascio la ricetta così come la riportava il blog Ammodomio che, purtroppo, ha deciso di chiudere i battenti, ma potete ritrovarla anche sul blog di Anice e Cannella.

Provatela senza timore, non servono lieviti cresciuti come figli e accuditi accuratamente, qui il caro, bistrattato lievito di birra fa il suo lavoro e lo fa più che bene.

Non appena li aprirò provvederò ad inserire una foto della fetta.








Pizza di Pasqua al formaggio

Dose per due stampi a tronco di cono di 12 cm di base, 18 cm di ampiezza e 9 cm di altezza, oppure uno stampo di 16 cm, 21 cm e 12 cm di altezza.

  • 5 uova medie
  • 300 g farina 0
  • 200 g farina Manitoba
  • 100 ml acqua
  • 25/30 g lievito di birra fresco
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 cucchiaino di sale se occorre
  • 1 cucchiaino di pepe
  • 5 cucchiaio di olio extravergine d'oliva
  • 50 g strutto ( da non omettere o sostituire assolutamente)
  • 250 g formaggio grattugiato tra parmigiano e pecorino, per me 50/50
Sciogliere il lievito con lo zucchero nell'acqua tiepida prevista e far fermentare per 5'/6'.
In una ciotola inserire la farina, creare un buco al centro e versarvi il lievito fermentato, mescolare con una forchetta inserendo poca farina presa dai bordi, fino ad avere una consistenza tipo impasto della ciambella, coprire con poca farina e lasciare fermentare per 40'/50'.
Nel frattempo in una ciotola mescolare le uova con il pepe, formaggi e l'olio, assaggiare e se occorre aggiungere il sale.
Quando il pastello sarà screpolato iniziare a lavorare con la foglia inserendo gradualmente il composto di uova.
Far impastare bene, il composto dovrà risultare legato e incordato, aggrappato attorno alla foglia, se occorre aggiungere altri 50 g di farina, NON DI PIÙ.
In ultimo inserire lo strutto morbido poco alla volta.
Impastare a lungo .
Far riposare a temperatura ambiente per 45' , coperto, trascorso questo tempo arrotondare e porre nello stampo ben oliato e far lievitare fin quasi al bordo, coperto e al caldo.
Tempi di cottura adatti ad un unico impasto , se ne realizzate due dimezzate i tempi e fate la prova stecchino.

Preriscaldare il forno a 200°C lasciando lo sportello a fessura ( suggerimento preso da Paoletta di Anice e Cannella ), infornare inserendo dell'acqua sul fondo e cuocere per 20',proseguire senza vapore, rimuovendo il contenitore con l'acqua, per altri 20'/25', fare la prova stecchino ( regolatevi in base alle pezzature) nel caso proseguire per altri 5'.
Sfornare e coprire e far raffreddare, riacquisteranno sofficità.
Conservare in buste di cellophane per tre giorni prima di consumare.

 Ho voluto provare una ricetta tradizionale,  ma diversa da quella che si prepara a casa mia. 

Per quanto riguarda i mostaccioli posso dire che quasi ogni famiglia  ha la propria ricetta,  quella della mia mamma  é questa, ma abitando da anni in Abruzzo  ho avuto modo di apprezzare i mostaccioli di Castel di Sangro che hanno una consistenza soffice,  così  quando ho letto la ricetta su questo  blog ho deciso di vedere se potevano essere simili, esperimento riuscito. 

Sono buoni,  golosi e anche molto facili da fare,  una ricetta da tenere a mente per il prossimo anno. 





Mostaccioli napoletani morbidi 

Dose per circa 30 pezzi 

  • 250 g farina 00
  • 100 g zucchero 
  • 40 g mandorle tritate
  • 5 g ammoniaca per dolci
  • 20 g cacao amaro 
  • scorza di arancia bio grattugiata 
  • 100 ml acqua ( versarne poco alla volta potrebbe non servire tutta)
  • 50 ml succo di arancia
  • 25 g miele
  • 3 g pisto ( mix di cannella,  chiodi di garofano e noce moscata) 
  • 350 g cioccolato fondente per la copertura 
Riunire in una ciotola tutti gli ingredienti tranne l'acqua e lavorare fino ad avere un composto omogeneo, versando l'acqua poco alla volta fino ad avere la consistenza voluta.
Far riposare in frigo per almeno un'ora , avvolto in pellicola. 
Stendere tra due fogli di carta forno , oppure aiutarsi con poca farina, allo spessore di 5/6 mm,  ritagliare a forma di rombi. 
Porre su teglia , su carta forno  e cuocere a 180°C  per 7'/8'.
Se di aumenta lo spessore prolungare i tempi di cottura.
Far raffreddare. 
Fondere il cioccolato a bagnomaria e spennellare sui mostaccioli. 
Conservare in scatola di latta,  durata 10 giorni. 

Volendo si possono farcire realizzando delle sfoglie più sottili,  farcendo a piacere con crema spalmabile  o marmellata di amarene, chiudendo e sigillando bene . Cuocere come per gli altri,  glassare. 

 Questo Natale  si merita un ritorno alle tradizioni, uno stringersi più  forte agli affetti vicini e un abbracciarsi virtualmente con quelli lontani,  cercando di ricreare quell' atmosfera e quel calore dato anche da sapori che fanno parte della nostra memoria. 

Così  ho preparato per il maritino i pepatelli, secondo la ricetta della sua mamma.

 Rispetto alla ricetta conosciuta dai più  questa non prevede l' uso del pepe ( che poi é l'ingrediente che dà  il nome a questi dolcetti) , ma essendo la ricetta che più  di ogni altra cosa per mio marito rappresenta il Natale,  l' ho realizzata senza cambiare nulla. 

É una  ricetta semplicissima,  con pochi ingredienti,  ma ricca di sapore.  Migliora con il passare del tempo,  questi biscotti  appena realizzati sono molto duri,  ma con il passare dei giorni il miele rende tutto più  morbido,  con buona pace del dentista. 







Pepatelli alla molisana di Bice

Dose per tanti pepatelli,  volendo dimezzare o raddoppiare 😉

  • 500 g farina setacciata 00
  • 600 g miele
  • 500 g mandorle con la pelle
  • Buccia di mezzo mandarino non trattato tagliata finemente al coltello
  • 8 g lievito per dolci 
  • un pizzico di sale
Preriscaldare il forno a 250°C.
Scaldare il miele fino a renderlo liquido. 
Tritare finemente la buccia di mandarino precedentemente lavata e asciugata e privata della parte bianca.  
Lavare le mandorle con la pelle,  tamponare e utilizzarle bagnate. 
Non è  necessario lavorare in planetaria,  si può fare tutto a mano. 
In una ciotola capiente versare la farina,  fare una fontana e nel centro inserire il miele scaldato,  la buccia di mandarino,  il lievito e il sale. 
Lavorare e,  se occorre, unire altra farina fino ad avere in composto non appiccicoso,  poi inserire le mandorle e farle distribuire bene. 
Con le mani leggermente bagnate formare dei filoncini  di circa 6 cm di larghezza e 2/3 cm  di spessore, su carta forno,  posta su una teglia.
Infornare  e abbassare subito la temperatura  a 180°C / 200°C, regolarsi con il proprio forno,  non devono scurire. 
Cuocere per 30'/35' , sfornare e tagliare da caldi creando delle fette di meno di un centimetro. 
Raffreddandosi  diventeranno molto  duri,  riacquisteranno morbidezza con il passare dei giorni,  conservati on scatole di latta. 
La tradizione vuole che diano ancora più  buoni consumati verso l' Epifania. 
Vi suggerisco di prepararli ora e di sgranocchiarli durante tutto questo  periodo .

 Da quando ho visto questa ricetta da Fabio e Annalú  la preparo ad ogni Natale. 

Sono dei dolcetti gustosi e profumati, nati a Napoli dalle mani delle suore del Divino Amore e creati appositamente per la madre di Carlo II  D'Angió.

Non mancano sui vassoi di dolci delle feste a Napoli, ma vi assicuro che se li provate non mancheranno più  neanche dai vostri. 

Rispetto alla ricetta originale ho fatto delle piccole modifiche,  ho utilizzato farina di mandorle, invece che  mandorle con la pelle, e solo canditi di arancia .

Per la glassa questa volta ne  ho utilizzata una già  pronta,  ma altre volte ho usato quella data nella ricetta. 

Provateli e gustateveli. 



Dolci Divino Amore 

Per 20 pezzi 

  • 250 g mandorle con la pelle ( per me farina di mandorle) 
  • 250 g zucchero semolato 
  • 75 g canditi ( per me arancia candita) 
  • 1 cucchiaio essenza di vaniglia
  • buccia grattugiata di un limone bio
  • 1 uovo intero
  • 1 tuorlo
  • ostie
Per la glassa

  • 125 g zucchero a velo 
  • 60 g acqua 
  • succo di limone 
  • colorante rosa
  • Confettino argentati per la finitura
  • Gelatina di albicocche per spennellare 
Tritare finemente le mandorle con metà  dello zucchero ( io ho solo mescolato i due ingredienti),  tritare i canditi con l' altra metà dello zucchero,  unire i due composti in una ciotola,  inserire vaniglia e buccia di limone,  le uova e impastare. 
Coprire con la pellicola e porre in frigo per una notte.. 
Il giorno successivo  formare delle palline di circa 30 g e porre sull' ostia. 
Disporre i dolcetti su una teglia e cuocere in forno caldo a 180°C  , modalità statica,  per 15'/18'.
Estrarre i dolci dal forno  e far intiepidire, ritagliare l' ostia in eccesso, spennellare ogni dolcetto con gelatina di albicocche fatta intiepidire. 
Far raffreddare  completamente. 
 Preparare la glassa ( se non utilizzate una già  pronta). 
Unire lo zucchero,  l' acqua e qualche goccia di limone,  scaldare a 38°C,  mescolando. Aggiungere il colorante alimentare rosa. 
Immergere i dolcetti , solo dal lato superiore , nella glassa, far raffreddare,  porre dei confettini sulla glassa,  prima che rapprenda completamente. 
Far asciugare bene. 
Conservare in scatole di latta. 

Nel gruppo Facebook Lievitati di Liguria dolci e salati  Valentina e Ilaria dispensano consigli e ricette per realizzare piatti della tradizione ligure. 
Da questo gruppo ho già condiviso la ricetta delle olandesine e cornetti che trovate qui   e le ciabattine, ora tocca ad una ricetta salata che fa parte delle ricette tipiche liguri,  che mi sento di consigliare anche per la versatilità della sfoglia. 
Questa stessa base potrete utilizzarla per torte salate,  per la mitica torta pasqualina, come guscio per panzerotti , farciti a piacere , da friggere o anche semplicemente stesa,  aromatizzata a piacere e ritagliata per farne dei croccanti salatini. 
Se dovesse avanzare l' impasto si conserva per due giorni in frigo in una busta per alimenti o nella pellicola. 

Suggerimenti : cercate un formaggio adatto a questa preparazione,  alcuni tendono a "sparire " dopo la cottura,  altri reggono meglio,  ma soprattutto  non lesinare,  la farcia deve esserci in abbondanza. 
Provate pure la versione pizzata : è buonissima. 

 









Focaccia di Recco 
Dose per due stampi 30 X 40 cm
  • 600 g farina 300 W
  • 350 g acqua  come da disciplinare ( 300 g + 50 g latte per una maggiore colorazione  cuocendo in un forno casalinga) 
  • 60 g olio extravergine d'oliva 
  • 12 g sale 
  • 1 kg stracchino  o crescenza
Lavorare farina,  acqua ( e latte),  olio e sale fino ad avere un impasto liscio e morbido. 
Dividere in palline da 300 g per il fondo e da 150 g per la copertura. 
Far riposare su un vassoio leggermente unto,  coperto con pellicola per 30' a temperatura ambiente. 
Dopo il riposo,  di una tavola di legno,  iniziare a lavorare appiattendo l' impasto  prima con il mattarello,  poi proseguire con le nocche,  in pratica bisogna  infilare le mani,  chiuse a pugno,  sotto  l' impasto e allargarlo delicatamente,  senza farlo strappare,  fino a raggiungere la dimensione voluta. 
Stendere su una teglia unta di 30 X 40 cm,  far aderire,  facendo fuoriuscire i bordi. 
Farcire con lo stracchino , creando dei mucchietti,  non occorre spalmarlo,  coprire con la seconda sfoglia,  lavorata come la prima,  sigillare i bordi. 
Dopo 10' rimuovere la pasta in eccesso .
Creare dei buchi sulla sfoglia superiore,  per permettere la fuoriuscita dell' aria. 
Cospargere con olio e sale. 
Cottura a 270°C  per 6'/8' se possedete un forno che arrivi a questa temperatura. 
Il mio forno arriva a 250°C,  quindi  ho prolungato la cottura fino a quando non ho ottenuto una superficie ben cotta. 

Variante Focaccia Pizzata : sulla focaccia non ancora cotta versare della passata di pomodoro,  origano,  acciughe e capperi e cuocere. 





Ci sono ricette della cucina tradizionale che non ho mai replicato,  le ho sempre ammirate,  ma poi distratta dalle infinite altre ricette ho sempre rimandato.
Questa volta una serie di coincidenze mi ha portato a realizzare la prima vignarola della mia vita.
La vignarola è un piatto tipico della cucina laziale che si realizza in primavera con i prodotti dell' orto,  cipollotti,  fave,  piselli, asparagi,  carciofi, mentuccia romana
Cristiana "Una cuoca per casa"su Instagram,  ha postato la sua ricetta e io ho avuto la fortuna di ritrovarmi con quasi tutti gli ingredienti in casa e ho voluto provarci.
Ho schiavizzato  assoldato il pargolo numero due e l' ho messo a sgusciare i piselli freschi e anche le fave,  non contenta gli ho fatto rimuovere anche la pellicola che ricopriva le fave e lì ha avuto qualche cedimento passando il compito alla pargola numero uno.
Poi c'erano gli asparagi da pulire e cuocere,  i piselli da bollire e infine le fave... Ad un certo punto mi è apparso chiaramente il motivo per cui non avevo mai preparato questo piatto,  solo per prepararlo avrò impiegato due ore,  ma il  risultato mi ha ripagato ampiamente.
Il suggerimento che mi sento di darvi è quello di organizzarvi o farvi dare una mano dagli ad altri membri della famiglia.
La ricetta ve la riporto così come l' ho realizzata,  seguendo le indicazioni di Cristiana , ma siate elastici io avevo poche fave  e certamente meno piselli di quelli riportati in ricetta,  va bene lo stesso,  l' importante è ritrovare i sapori e i profumi della primavera.



Vignarola
Dose per 4 persone 

  • 300 g fave
  • 300 g piselli
  • 2 carciofi romaneschi ( io non li avevo e ho usato dei cuori di carciofo congelati) 
  • 1 cipollotto fresco
  • 1 spicchio d'aglio 
  • 500 g asparagi 
  • 200 g guanciale
  • Olio extravergine d'oliva 
  • Sale
  • Pepe
  • Mentuccia fresca
Sbollentare per circa 5 minuti le fave,  scolare e passare subito in acqua fredda, riservare. 
Fare la stessa cosa con i piselli. 
Pulire e lessare gli asparagi , riservare. 
In una larga padella versare dell'olio e far stufare il cipollotto tagliato finemente  e l'aglio a fettine,  aggiungere i carciofi,  puliti e tagliati a julienne,  nel mio caso spicchi congelati, far cuocere fino a quando risulteranno morbidi. 
Aggiungere le fave e i piselli e far cuocere per circa  15'.
Tagliare gli asparagi a tocchetti e aggiungere quasi a fine cottura,  aggiustare di sale e pepe. 
Nel frattempo far rosolare in una padella antiaderente il guanciale  tagliato a fettine sottili .
A fine cottura aggiungere la mentuccia fresca e il guanciale,  mescolare e servire. 


Chissà perché quando i nostri cari non ci sono più  ogni minimo ricordo diventa  importante.
Quelle cose che rifuggivamo, quando erano loro a farle,  assumono un altro valore e siamo proprio noi a cercare di non perderle, magari dedicando un pomeriggio ad una ricetta che fino a poco tempo prima evitavano accuratamente.
Si possono fare queste riflessioni preparando le chiacchiere o cioffe,  come vengono chiamate a Sulmona?
Un amico mi ha coinvolto nella preparazione di questi dolci, tipici del Carnevale, che la sua mamma,  la signora Lucia, preparava in grandi quantità con l'aiuto delle donne del vicinato.
Con Franco abbiamo ripercorso  i momenti di quello  che era un rito: preparare l' impasto,  tirare fuori la spianatoia, girare la manovella della nonna papera, ritagliare le strisce con la rotella dentellata e  alla fine tuffare le cioffe nell' olio caldo del frappiere.



Quella che vedete in foto è una   particolare pentola in rame, stagnata all'interno, che permetteva di friggere l'impasto conferendogli una forma tondeggiante. Il frappiere, ormai é quasi introvabile.
La fabbricazione del frappiere venne avviata nella bottega fondata da Agrisello Arduini, a L'Aquila,  conosciuta in città per la lavorazione del rame, del ferro e dell'ottone, e il suo utilizzo fu costante fino alla seconda metà del secolo scorso. In tutte le famiglie si utilizzava per la prepazione di dolci del carnevale. Per la difficoltà della lavorazione del rame oggi gli antichi strumenti sono stati sostituiti con altri in alluminio e acciaio.
( Notizie prese dal sito Calendario etnoantropologico sul Carnevale a L'Aquila ).
Ebbene il mio amico Franco ne possiede uno,  ha trovato il modo di farsi costruire una specie di tripode per sostenere il frappiere sul fuoco e avere così  entrambe le mani libere.
Il frappiere viene riempito di olio di arachidi e,  una volta raggiunta la temperatura ( che per la frittura ideale  dovrebbe aggirarsi tra i 165°C e  i 185°C  ) si inserisce una striscia molto lunga di impasto delle chiacchiere  e subito si copre con la parte del frappiere composta da una specie di mestolo bucherellato e capovolto che avvolge completamente l' impasto e permette di mantenerlo in immersione nell' olio.







Quando la cioffa risulta dorata , si sgocciola e si fa asciugare su carta assorbente.
Si servono cosparse con zucchero a velo,  realizzato rigorosamente con un macinacaffé dedicato a macinare lo zucchero semolato.




Entrare in casa della signora  Lucia é stato il modo più  bello per celebrare una tradizione antica ed è stato un onore per me far rivivere gesti antichi che spero non andranno perduti.

Per la ricetta delle cioffe ho utilizzato quella della mia mamma,  che trovate qui,  con l' aggiunta di anice nell' impasto,  per ottenere proprio il sapore che il mio amico Franco ricordava.

Mi piacciono le frattaglie e le ricette che ne prevedono l' utilizzo,  mangio con gusto coratella,  fegatini di pollo, di maiale,  di vitello, torcinelli ( specialità molisana) ,  cotiche, lingua . Mancava all'appello la coda.
Mi reco, tutta baldanzosa nel supermercato  dove sono certa di trovarla e,  con altrettanta  sicurezza prelevo il vassoio dal banco frigo e lo metto nel carrello,  fidandomi  dei miei occhi.
Per poi tornare a casa, anche con un bel mazzo di sedano, e rendermi conto che non avevo comprato la coda,  ma due colli di tacchino.
Poco male,  li ho utilizzato per un ottimo brodo e sono andata dal macellaio a recuperare una coda che,  per fortuna,  ho trovato:  felicità .

La ricetta della tradizione romana prende il nome dai vaccinari,  gli uomini addetti alla macellazione, che risiedevano nel quartiere "Regola".
Piatto principe del quinto quarto,  prevede due versioni,  entrambe originali : con o senza aggiunta di cacao,  pinoli,uvetta e spezie, può essere preparata nel modo tradizionale o con la pentola a pressione,  io ho usato quest' ultima.

Se vi dovesse venire la voglia e non siete a Roma,  procuratevi una coda,  fatevela tagliare  in rocchi , pezzi,  dal vostro macellaio  e procedete con la preparazione.
Io ho seguito questa ricetta .




Coda alla vaccinara
Per 3/4 persone 

  • 1,5 kg coda di vitello , tagliata a pezzi 
  • 1 litro di passata di pomodori
  • 1 cipolla
  • 1 carota
  • 8 coste di sedano
  • 1 spicchio di aglio 
  • 1 bicchiere di vino bianco
  • ½ lt di brodo di carne
  • Olio extravergine d'oliva 
  • Sale
Lavare la coda  sotto l' acqua corrente  e lessarla per pochi minuti,  scolarla è tamponarla  per asciugarla. 
Fare un trito di carota,  cipolla e aglio e far soffriggere  con olio nella pentola a pressione,  senza il coperchio. 
Unire la coda e farla rosolare bene, quando  risulterà sigillata da tutti i lati,  sfumare con il vino bianco e farlo evaporare. 
Aggiungere la passata di pomodoro e il brodo,  chiudere la pentola a pressione  e proseguire la cottura per due ore circa,  su fuoco al  minimo, una volta raggiunta la pressione. 
Nel frattempo tagliare il sedano in pezzi di circa un cm e lessare per pochi minuti,  scolare e riservare. 
Dopo le due ore porre la pentola a pressione  sotto un getto di acqua fredda,  per far diminuire la pressione, controllare la cottura,  la carne dovrà quasi staccarsi dall'osso e il fondo dovrà  essere abbastanza addensato, nel caso prolungare la cottura,  al termine  inserire il sedano e proseguire la cottura per 10'.
Servire calda e godersela. 


Lo so che ultimamente su questo blog si trovano solo ricette di dolci,  ma posso assicurare di avere una dieta varia e abbastanza corretta,  ma con una particolare  predilezione  per frattaglie,  quinto quarto e ammennicoli  vari.
Quando ho visto su Facebook la ricetta della trippa alla trevigiana  condivisa da Daniela sul suo blog, ho avuto subito la voglia di replicarla  .
Unica variante  alla ricetta é sulla crosta di formaggio  da inserire nel brodo di gallina,  Montasio  nella ricetta originale,  parmigiano  per me.
Spero non me ne vogliano i puristi.




Zuppa di trippa alla trevigiana  
Dose per una persona 

  • 300 g trippa lessata
  • ½ cipolla steccata con un chiodo di garofano
  • 1 carota piccola
  • 1 costa di sedano 
  • ¼ di limone bio a fette
  • 1 foglia di alloro 
  • 2 foglie di  salvia 
  • Brodo di gallina  ( circa il doppio della trippa) 
  • Crosta di parmigiano ( montasio stagionato nella ricetta originale) 
  • Crostini di pane
In una pentola versare la trippa,  coprire  di acqua,  aggiungere  cipolla, carota,  sedano,  alloro,  1 foglia di salvia  e il limone a fette. 
Far bollire per 35'.
Scolare e tagliare la trippa a dadini. 
Versare circa 600 ml di brodo di gallina filtrato  in una pentola,  portare a bollore.  Aggiungere la trippa, la crosta di parmigiano lavata e grattata per rimuovere lo strato esterno superficiale, la salvia spezzettata. 
Far bollire per 30'.
Servire con crostini di pane. 
Questi  biscottini sono stati ripetutamente  replicati dalle mie parti, l'ultima volta sono stati fatto oggetto  di un pensierino goloso per una cara amica.
La ricetta viene dal blog di Patty,  ma mi sono accorta che non l'ho mai riportata qui e allora direi che è  giunto il momento.





Zuccherini bolognesi
Dose per 500 g

  • 250 g farina 00
  • 100 g burro 
  • 100 g zucchero 
  • 4 g lievito per dolci 
  • 1 uovo
  • zucchero a velo per  la finitura 
Setacciare farina,  lievito,  inserire lo zucchero,  al centro versare l'uovo e il burro a tocchetti, lavorare tutto il,  senza scaldare troppo l'impasto. 
Lasciar riposare al fresco per un'ora. 
Formare delle ciambelline sottili e  piccole. 
Cuocere in forno preriscaldato a  180°C per 12' circa. 
Rotolare nello zucchero  a velo 

Esistono  ricette che,  nella loro semplicità,  sanno mettermi in difficoltà,  ricette  che ho provato  e riprovato  senza ottenere  mai il risultato  voluto. 
Mi é accaduto  la stessa cosa con la ricetta  degli gnocchi che non sono proprio  il mio cavallo di battaglia,  ma in quel caso non ho mai pensato di ostinarmi per perseguire  un risultato,  ho rinunciato  e basta. 
Cosa diversa per questi biscotti che fanno parte dei miei ricordi da bambina,  che accompagnavano sempre quel bicchiere di vino offerto senza tante cerimonie e che esistevano anche nella versione  golosa,  ricoperti di naspro, venduti dai forni. 
Finalmente  ho trovato una ricetta che mi ha permesso  di ottenere un ottimo risultato, quasi come quello originale. 
La ricetta con la relativa spiegazione  l' ho trovata su Scatti di Gusto ed è  quella che mi ha permesso di ottenere i taralli quasi perfetti.  
La ricetta parla di taralli pugliesi , ma posso assicurare che anche  nel Molise i taralli sono parte integrante  della cucina tradizionale di una volta. 
La ricetta é basica solo quattro ingredienti  reperibili sempre in casa : farina,  uova,  zucchero,  olio extravergine d'oliva. 
Il segreto vero é nella cottura, non possedendo  un forno a legna mi sono dovuta adattare con quello elettrico e ho capito che la modalità statica é quella che mi permette di ottenere il miglior risultato. 
Finora ho realizzato sempre la ricetta con dosi minime , ma considerando che i taralli durano tanto,  conviene abbondare,  così  come facevano le nostre nonne che,  come minimo utilizzavano 12 uova, la farina "che si ritira ", vale a dire circa un chilo. 





Taralli bolliti ( ricetta presa qui )
Dose per 5 pezzi grandi

  • 250 g farina 00 o 0
  • 3 uova
  • 1 cucchiaio  di zucchero
  • 25 g olio extravergine d'oliva 
  • (pizzico di bicarbonato  di sodio : OMESSO) 
Nella ciotola della planetaria  con la frusta, montare le uova fino a renderle  chiare e spumose,  aggiungere l'olio  a filo  e farle triplicare,  inserire  la farina setacciata. Ribaltare l'impasto piú volte,  sostituendo la frusta con la foglia. 
Quando la massa sarà omogenea,  anche se molle e  appiccicosa, rovesciarlo sulla spianatoia, cosparsa con farina,  compattare con le mani. 
Dividere in cinque  pezzi di pari peso. 
Rotolare sulla spianatoia ottenendo una specie di mezza luna dai 15 cm con gli estremi sottili,  sovrapporre  premendo  bene per sigillare. 
Portare abbondante acqua a 80°C / 90°C ( dovrà  sobollire e non raggiungere mai l'ebollizione vera e propria ), calare un paio di taralli alla volta e far cuocere fino a a quando non risulteranno chiari e sodi,  rigirarli un paio di volte quando  torneranno  in superficie. 
L'acqua non deve MAI bollire, nel caso aggiungere acqua fredda per abbassare la temperatura. 
Scolare e porre su un canovaccio ad asciugare  per 24 ore circa,  rigirandoli  spesso. 
Il giorno  successivo  incidere profondamente  con un coltello  a lama liscia ogni biscotto,  esternamente. 
Porre su teglia del forno. 
Preriscaldare il forno a 250°C' modalità statico , infornare,  quando i taralli si saranno gonfiati per bene,  abbassare la temperatura  a 220°C' è proseguire per altri 20' ( controllare che non brucino). 
Spegnere e lasciare  nel forno aperto a fessura. 







Il mio cibo della memoria ha un nome meno poetico delle madeleine, ma un gusto sicuramente molto più corposo: celli chieni.
Succede quando si hanno le proprie radici in una regione fino a qualche tempo fa data per inesistente : il Molise.
Una ricetta, questa, tramandata dalla mia prozia Maria, la sorella di mia nonna, quella che è andata in America, ma poi è tornata , perché si può anche avere cibo in tavola, ma se la nostalgia per il tuo paese non te lo fa apprezzare, meglio tornare indietro e accontentarsi di pane e cipolle.
Questi dolci tradizionali tipici di tutto il Molise sono cosa ben diversa da pane e cipolle, per fortuna.
Sicuramente questa è una versione rielaborata e riadattata dalla prozia, la differenza più importante l'ho notata nella presenza di marmellata di ciliegie invece che mostocotto, ma a casa nostra questi dolci sono quelli che danno il sapore del Natale, in qualunque stagione e noi li realizziamo seguendo la ricetta di zia Maria.

La frutta secca utilizzata, può essere modificata a piacere, così come i canditi.
Imprescindibile invece i chiodi di garofano per dare l'aroma giusto.





Celli chieni della prozia Maria

Dose per 60 pezzi

Pasta ( versione della prozia )

  • 600/700 g farina 00
  • 200 g zucchero
  • 180 g strutto
  • 100/150 ml latte
  • 2 uova intere
  • 8 g lievito per dolci
                            ************
Pasta versione tradizionale ( tratta da La cucina molisana vol. II ) 
Non l'ho provata, non garantisco sulla riuscita.
  • 500 g farina 00
  • 2 uova intere
  • 150 g strutto
  • 100 g zucchero
  • Un bicchiere di vino bianco
                            *************
Farcia

  • 150 g marmellata di ciliegie
  • 150 g fichi secchi
  • 150 g prugne secche
  • 150 g uva passa
  • 200 g mandorle tostate tritate
  • Buccia grattugiata di arancia bio
  • Buccia grattugiata di limone bio
  • Buccia grattugiata di mandarino bio ( se riuscite a trovarne altrimenti omettere )
  • 250 g miele
  • 1 cucchiaino scarso di polvere di chiodi di garofano
  • 2 cucchiai di cacao amaro in polvere
  • 1 uovo
Preparare la farcia che dovrà riposare una notte in frigo.

In un robot da cucina versare tutti gli ingredienti tranne il miele e frullare fino ad avere un composto omogeneo.
Scaldare il miele sul fuoco fino a che avrà un colore dorato.

Unire al composto di frutta e lavorare ancora con le lame.
Versare in una ciotola e conservare, coperto in frigorifero per una notte.

Il giorno seguente preparare la pasta.
Nella ciotola della planetaria versare la farina setacciata, il lievito, lo zucchero, le uova, lo strutto e iniziare a lavorare con la foglia inserendo il latte poco alla volta, potrebbe non servire tutto, regolatevi.
Si dovrà ottenere un impasto simile ad una frolla.

Su un piano leggermente infarinato stendere la pasta allo spessore di 3/4 mm , ritagliare dei cerchi di 8/9 cm di diametro , farcire con un cucchiaio di ripieno, chiudere sigillando bene i bordi, dare dei piccoli tagli con le forbici e adagiare su cartaforno.
Cuocere in forno preriscaldato a 180°C modalità ventilato per circa 15', dovranno risultare dorati.

Si conservano a lungo in scatole di latta.






Sono sicura che nella memoria dei miei figli, l'unica ricetta che resterà impressa ed indelebile , di quelle che immediatamente farà pensare a me, sarà una NON ricetta ( per chi avesse la curiosità di sapere quale: le pizzette a toast, vale a dire pane a cassetta, passata di pomodoro, olio, origano, sale, mozzarella, tutto in forno caldo e STOP ).
Tutta colpa della mia malattia, quella che mi spinge a non replicare mai la stessa ricetta, a provarne sempre di nuove, nella convinzione che quella che ancora non ho provato sarà sicuramente migliore.
Probabilmente i miei figli avranno difficoltà a ripensare ad una ricetta della mamma, in compenso qualunque cosa diranno sarà giusta, perché prima o poi quella ricetta l'avrò provata.
Queste brioche vengono  dal blog Siciliani creativi  , avevano un così bell'aspetto che ho dovuto NECESSARIAMENTE replicarle.
Ho realizzato la versione con lievito madre, sul blog da cui ho attinto c'è anche la versione con lievito di birra e lievito secco.
Non ci sono scuse per non farle.
Con queste dosi ho realizzato 8 pezzi da  95 g e 5 da 55 g.

Una parte l'ho surgelata, dopo la cottura, per farle tornare fragranti scongelarle e passarle per 5' a 50°/ 60°C.







Brioches con il tuppo con lievito madre
Per circa 10 pezzi da 90 g

  • 500 g farina forte ( W 300-350 )
  • 170 ml latte intero
  • 100 g zucchero semolato
  • 120 g lievito madre, rinfrescato due volte, al raddoppio ( o 5 g lievito di birra fresco o 2 g lievito di birra secco )
  • 5 g sale fino
  • 80 g burro
  • 2 uova intere
  • 20 g miele
  • ½ cucchiaino malto diastatico
  • scorza grattugiata di un'arancia e un limone biologica
  • un tuorlo e poco latte per spennellare
Versare la farina setacciata nella ciotola della planetaria, unire il latte tiepido e iniziare a lavorare con la foglia.
Aggiungere il lievito madre a pezzetti e continuare a lavorare fino ad avere un composto omogeneo.
Aggiungere il malto, un uovo alla volta, alternato allo zucchero , inserire il miele e le bucce , far amalgamare bene, inserire il sale.
In ultimo inserire il burro morbido a fiocchi.
Proseguire con il gancio fino a quando non si avrà un impasto lucido, incordato e liscio.
Arrotondare e porre in una ciotola, coprire con pellicola e porre in frigo dalle 24 alle 36 ore.
Trascorso questo tempo riportare la ciotola a temperatura ambiente e lasciare raddoppiare, volendo porre in forno funzione camera di lievitazione (o con la lucina accesa ).
Impiegherà circa 5 ore, trascorso questo tempo rovesciare su un piano di lavoro, dividere in pezzi da 80 g e altrettanti pezzi da  15 g , per il tuppo
Arrotondare e pirlare, porre su teglia coperta con cartaforno.
Creare un buco al centro , come per fare una ciambella e inserire la pallina di impasto per il tuppo, leggermente arrotondata e allungata da un lato, spingendo con decisione, altrimenti in.cottura si sposterà o si staccherà.
Coprire con pellicola e far lievitare al raddoppio.
Io le ho formate intorno alle 20 e lasciate a lievitare in forno con funzione camera di lievitazione fino alle 6 del mattino.
Preriscaldare il forno a 180°C modalità statico, spennellare le brioche con il mix di tuorlo e poco latte, per due volte.
Cuocere in forno caldo per 20' circa.
Si mantengono morbide per due giorni.





Esistono infinite versioni di questi biscottini.
Quasi ogni regione ne possiede una ricetta codificata.
I confini regionali, probabilmente non erano così rigidi nel passato, tanto da permettere che una ricetta tipica regionale diventasse patrimonio un po' di tutti.

Questa che propongo, esattamente con questo nome, è contenuta nel libro  : La cucina molisana di Lombardi-Mastropaolo ed. Arti Grafiche La Regione 1986.



ALBANESI

per una teglia da forno

  • 50 g olio extravergine di oliva
  • 50 g zucchero
  • 50 g vino bianco
  • 200 g farina 00 ( valutare la consistenza)
  • zucchero semolato per la finitura

Versare il vino in una ciotola, aggiungere l'olio, lo zucchero e amalgamare facendo cadere a pioggia la farina, tanta quanta ne assorbe l'impasto.
Dovrà risultare un composto abbastanza consistente, non appiccicoso, ma neanche difficile da lavorare e che si sbricioli.Nel caso dovesse risultare poco idratato aggiungere un altro poco di vino e di olio, gradualmente.
Rovesciarlo sulla spianatoia e lavorarlo fino ad avere un panetto liscio ed omogeneo.
Dividere la pasta in bastoncini della lunghezza di 8/10 cm e dare la forma di tarallini.
Passarli nello zucchero, adagiarli su cartaforno e cuocere in forno caldo , ventilato, a 180°C fino a quando non risulteranno leggermente coloriti, circa 25 minuti, ma prestate attenzione dopo i primi 15 minuti.
Far raffreddare e accompagnare con un buon bicchiere di vino.








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