Ho provato a convertirmi all'ebook, ci provo ad essere moderna e a passo con i tempi.

Tutto è iniziato la scorsa estate quando, per colpa della mia demenza sbadataggine, ho dimenticato i libri da portare con me al mare.
Tragedia!
Subito mi risolleva la pargola numero uno prestandomi prontamente il suo aggeggio moderno.
La ragazza è anche una che si accontenta, l'aggeggio in questione è di quelli basici, semplici semplici, niente retroilluminazione, nè pagine a colori, pochissime funzioni, quasi da libro tascabile edizione economica.
Tutto a mio favore che con la tecnologia ho serissimi problemi ( prima o poi vi racconterò quello che mi accade ogni sera con il telecomando della tv), fatto sta che sono riuscita a leggere un intero libro sfogliando pagine virtuali e ne sono stata felice.

Terminate le vacanze ero oramai ingolosita dalla possibilità di scegliere tra centinaia di libri tenendo in mano un affarino leggerissimo e così ho continuato a leggere sfogliando pagine virtuali, ma umettandomi puntualmente l'indice.
Per pura celia ho iniziato il romanzo di Joanne Harris ( quella del più famoso Chocolat) Cinque quarti di arancia, bello, ben scritto, una storia in cui si incrocia la Storia  con le piccole storie dei protagonist, per farla breve il romanzo mi prende e quando sto per arrivare alla conclusione...



Nulla!

Il vuoto!



Pagine bianche.



Ma come?- domando con voce isterica alla figliola- non ci sono i capitoli finali?
Non è possibile, è un ebook, deve esserci tutto il romanzo ( con voce sempre più acuta e sempre più isterica ) DEVE!
E invece non ci sono, bella tecnologia, in pratica una mega-sola e a me è rimasta la curiosità di conoscere come va a finire la storia.
Tutto questo però non è stato invano ( oggi mi sento filosofica).
Nelle pagine di questo romanzo si ritrovano descrizioni di piatti, di profumi e di ricette, buttate un pò lì, così come le darebbe una nonna o una vecchia zia: metti un po' di questo, un po' di quello, come ti piace, come preferisci.
Una delle ricette è una zuppa di miglio, detta anche pavè.
Ho provato a fare delle ricerche, ma non ho trovato da nessuna parte la descrizione di un piatto con le caratteristiche descritte che utilizzi questo nome.
La ricetta è ottima, strana negli abbinamenti, ma gustosissima nel risultato finale.
Ve la lascio nella versione provata da me.

Naturalmente questa ricetta non può avere un dosaggio degli ingredienti rigoroso, è di quelle ricette in cui si trova quello che ci si mette.
Personalmente l'ho fatta già un paio di volte e ho capito che per la buona riuscita è fondamentale l'utilizzo delle erbe aromatiche specificate e di ingredienti di ottima qualità.
Nella mia interpretazione ho anche evitato il passaggio nel forno, preferendo una consistenza un poco più morbida, tipo zuppa.



ZUPPA DI MIGLIO O PAVÈ (tratta dal libro Cinque quarti di arancia di J.Harris e reinterpretata da me)

per 3 porzioni
  • 1 cipolla
  • 2 scalogni
  • 1 porro
  • funghi porcini essiccati 15 g
  • pomodori secchi una manciata ( fatti rinvenire in acqua bollente)
  • acciughe sott'olio 8 filetti
  • avanzi di carne o di pesce ( arrosto, bollito, grasso di prosciutto o, nel mio caso, cotiche di maiale fresche)
  • 4 patate  bollite  ( questa volta non le avevo e non le ho messe)
  • miglio 125 g
  • vino bianco 200 ml
  • rosmarino fresco
  • timo fresco
  • basilico fresco
  • olio extravergine di oliva
In una pentola alta versare un giro di olio in cui far dorare la cipolla e gli scalogni affettati, insieme al rosmarino fresco.

Mettere in ammollo i funghi secchi in acqua tiepida, sgocciolarli, conservare l'acqua, filtrarla e tenere da parte.
Aggiungere nella pentola i funghi rinvenuti, il porro tagliato a rondelle, i pomodori secchi tagliati a  listarelle, il timo e il basilico.
Allungare con l'acqua dei funghi filtrata, unire i filetti di acciughe e cuocere tutto per 5 minuti.

Unire il vino bianco e le patate schiacciate grossolanamente con una forchetta ( se le aggiungete , io stavolta non le avevo).
Unire gli avanzi di carne o pesce ( per me cotiche di maiale, stavolta) e un paio di cucchiai di olio, cuocere coperto a fuoco bassissimo per 10 minuti, se occorre allungare con acqua .
Aggiungere il miglio crudo, direttamente sul condimento e lasciar cuocere fino a quando non risulterà morbido, se dovesse servire allungare con altra acqua calda.
La ricetta prevede 10 minuti di cottura, ma a me nel tempo indicato il miglio non cuoce per cui allungo i tempi aggiungendo altra acqua.

Non metto sale perché l'insieme risulta sempre sufficientemente saporito, voi regolatevi secondo i vostri gusti.


Spartana e pulitissima, la casa di Rosalia aveva una sua dignità. Su una parete troneggiava la stampa di un Cristo dal cuore sanguinante. Il tavolo stretto era stato per l'occasione accostato al muro e le sedie di paglia erano disposte in semicerchio per noi e per le contadine più vecchie. Le altre donne sedevano su sgabelli in ordine di anzianità o rimanevano in piedi. [...]
Ogni  ninfa ha il suo rito, e quello di Rosalia era il caffè d'u parrinu, celebrato soltanto all'arrivo di mamma e a quello di zia Teresa. La cuccuma del "caffè speciale"- come lo chiamava Giuliana- brontolava sul fornello, il coperchio ben ciuso, ma dal beccuccio sfuggiva un profumo speziato, anticipo del pieno aroma, e ci raggiungeva sottile sottile, penetrava nelle narici e poi invadeva la stanza: un misto di cacao, vaniglia, chiodi di garofano, caffè e cannella. Occhi a mandorla e mani piccola, Rosalia, sempre nerovestita, con il fazzoletto annodato sulla nuca e il grembiule legato in vita di un blu acceso, non scuro come quello delle altre fimmine maritate- suo unico vezzo- , si destreggiava tenendo d'occhio la cuccuma: sempre pronta al sorriso, controllava i suoi piccoli e dava conto a tutte, grandi e piccine.
Dopo aver versato il caffè nelle tazzine, Rosalia lo offriva a mamma e a Giuliana; poi si dedicava a me e Chiara. Non permetteva alla bambinaia di interferire: voleva farcelo assaporare lei stessa, il suo caffè d'u parrinu, come si doveva. Sollevava la tazzina fumante e versava un pò di caffè sul piattino; vi soffiava sopra e mi incoraggiava a soffiarvi a mia volta, piano piano, senza farlo schizzare. A quel punto, come se fosse un cucchiaio mi porgeva il piattino inclinato con il caffè, fumante ma non più bollente, e mi metteva sotto il mento un tovagliolo ricamato,'nsamai ci fossero state delle scolature. Mentre succhiavo quel liquido nero, i singoli ingredienti rivelavano la loro identità. A turno , uno prendeva il sopravvento sugli altri e si distingueva, per un attimo di gloria fugace, prima di tornare a confondersi: ne prendevamo pochi sorsi, ma erano deliziosi. Dolce, cioccolatoso e aromatico, quel caffè mai offerto a gente di fuori legava le donne della famiglia di mamma a quelle della famiglia di Rosalia, che da sette generazioni abitava a Mosè , e celebrava l'indulgenza nel superfluo della gente dei campi, un'indulgenza rasente il peccato.
Non per nulla veniva offerta ai preti dopo la messa celebrata nella nostra cappella.

Un filo d'olio    Simonetta Agnello Hornby
Con vera deferenza mi sono avvicinata a questa ricetta, ben sapendo di non riuscire a ricreare un'atmosfera , nè un sapore, ma la curiosità di assaggiarla è stata più forte.

Per due giorni ho messo da parte la posa del caffè, per poi procedere nei preparativi, naturalmente io ho ridotto la ricetta a un quarto delle dosi riportate...ne è venuta fuori una tazzina, quindi mezza dose è sufficiente per 2/3 tazzine.


Caffè di Rosalia o del parrino
Speziato e zuccherato, il "caffè d'u parrino" è tipico delle masserie dell'Agrigentino. Si tratta di una bevanda al caffè, più che di un caffè vero e proprio.Lo preparavano le contadine per rinvigorire il sacerdote che veniva a dire messa in campagna e che prima di prendere la comunione doveva osservare il digiuno totale. Molto aromatico e pastoso al gusto ( a causa della polvere di caffè e del cacao), è buono caldo o tiepido e lo si può conservare in frigorifero almeno una settimana. Prima di servirlo bisogna sempre rimescolarlo- per far sciogliere la polvere- e roscaldarlo a fuoco medio.
Ingredienti
  • La polvere del caffè già utilizzata ( il tufo) di tre o quattro caffetiere moka da 3/4 tazze
  • 1 tazza da tè di caffè rimasto 8 se c'è)
  • 4 o 5 cucchiai di polvere di caffè fresca
  • 1 lt abbondante di acqua
  • 1 stecca di cannella
  • 1 pugno di chiodi di garofano ( circa 40)
  • 4-5 cucchiai di zucchero
  • 2 cucchiai di cacao in polvere ( amaro o dolce, a scelta )
  • 1 stecca di vaniglia ( la ricetta riportava vanillina , ma secondo me la vaniglia è meglio)
Mettere in un pentolino a bordi alti: la polvere del caffè già utilizzata, l'acqua, la stecca di cannella, la vaniglia( se la preferite) e i chiodi di garofano, quindi cuocere a calore medio per 15-20 minuti, fino a quando il liquido diventa scuro e abbastanza denso.
Spegnere e far riposare almeno un'ora, poi filtrare e gettare la cannella, i chiodi di garofano , loa vaniglia e la maggior parte della polvere del caffè.

Rimettere il liquido nello stesso pentolino, aggiungere la vanillina ( se non avete aggiunto la bacca di vaniglia), lo zucchero e il cacao e cuocere per altri 10 minuti circa a fuoco medio; far bollire 5 minuti, quindi assaggiare di zucchero o di cacao.
Mescolare e servire.


   Ripubblico e invio questa ricetta a Cinzia e Elena per il loro contest Tutti i sapori del caffè



Invio con molto piacere questa ricetta a Elisa per il suo contest!




Se ero convinta di essere una brava madre, ho avuto modo di ricredermi o, quanto meno, di farmi venire qualche dubbio.

Tutto parte da un titolo che mi attira immediatamente, ma che impiego all'incirca due anni ad acquistare : La meraviglia delle piccole cose - di Dawn French.

La storia di una famiglia, i Battles. La madre Mo, quarantanovenne, psicologa infantile, capace di entrare in contatto empatico con i suoi piccoli pazienti, ma di non trovare la chiave giusta per comunicare con i suoi figli, rispettivamente Peter,sedicenne intelligente,ironico e sarcastico che si ribattezza Oscar, come Wilde, di cui è un ammiratore e a cui cerca di somigliare in tutto e per tutto, e Dora, diciassettenne complicata e spigolosa, con un piede nella fanciullezza e uno nell'età adulta.
Sono loro a parlare in tutto il libro, ciascuno con il proprio stile, la propria età e le proprie esperienze, dalle loro parole emergono altri due protagonisti il marito, nonchè padre, di cui scopriamo il nome solo nell'ultima parola dell'ultima pagina del romanzo, ma che non vi rivelerò, e la nonna Pamela, che sembrerebbe la più equilibrata dei quattro, oltre ad essere fenomenale nello sfornare torte per ognuno dei protagonisti.

Ah, già, la storia...mettiamola così: ho letto le parole della madre, stanca e grigia,in una quasi crisi di mezza età e mi ci sono ritrovata, in parte;
ho letto le parole della figlia che continua a ripetere di odiare la madre  e ci ho rivisto la figliola;
ho sorriso alle frasi forbite e ricercate del piccolo amante di Oscar Wilde, con un'autostima sicuramente ipertrofica;
mi sono arrabbiata con il marito , capace di defilarsi nei momenti  in cui è richiesta la sua presenza,(perchè gli uomini sono tutti uguali?) ma che alla fine, da vero lottatore, ristabilisce confini e il proprio predominio su tutti i membri della famiglia.
Conclusione : un libro che sembra quasi uno specchio, ognuno ci vede riflesso qualcosa di sè e ci si ritrova, nel bene e nel male.

Mi sono sorpresa moltissimo nell'ultima sezione, quella tratta Dal ricettario di nonna P. in cui vengono riportate le ricette delle torte preparate da Pamela: alla figlia, Mo, la torta alle barbabietole, alla nipote Dora, la torta all'ananas capovolta, al genero, la torta al whisky e una voluttuosa Banoffee Pie per il nipote dandy, ed è proprio quella che ho realizzato .

 Anche questa volta  ho provato qualcosa che proprio non sta nelle mie corde, non amo il caramello, nè il sapore delle mou, eppure questa torta è stata una scoperta, i sapori si fondono lasciando il piacere di un gusto nuovo e avvolgente.
Visto quello che diceva Oscar Wilde: Ciò che non abbiamo osato, abbiamo certamente perduto, posso affermare che una fetta di questa torta non si può assolutamente perdere, quindi osate.

L'originale Banoffee pie è una torta inglese , creata nel 1972 dallo chef Ian Dowding del ristorante The Hungry Monk (ora chiuso) in Jevington , East Sussex.
L'idea di partenza nasce da una torta americana , la  Coffee Toffee Pie di Blum, a base di caramello , caffè e panna, viene rielaborata e rinominata, creando una crasi tra le parole banana e toffee.

La ricetta originale prevede l'utilizzo di dulche de leche, io ho seguito la ricetta del libro con il procedimento imparato da Pamirilla.


da PensieriParole Banoffee pie di Oscar ( con le mie modifiche)
Per una torta di 16/18 cm

Per la base
  • 80 gr di biscotti digestive ( o altri frollini secchi)
  • 33 gr di noci pecan ( le ho omesse, non le avevo!)
  • 30 gr di burro fuso
Per il caramello
  • 30 gr di burro
  • 50 gr di zucchero  di canna scuro
  • 10 gr di acqua
  • 80 gr di panna fresca

Per la copertura
  • 1 banana grossa e matura
  • 170 ml di panna fresca
  • un cucchiaio raso di zucchero a velo
  • 1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia
  • Cioccolato fondente grattugiato per decorare
Preparare la base tritando i biscotti e le noci con un mixer, fino a ridurli in polvere.
Versare il burro sciolto, mescolare bene e compattare sul fondo di una tortiera foderata con cartaforno. Mettere in frigorifero per almeno 30'.

Versare in un pentolino antiaderente lo zucchero e l'acqua e far sciogliere fino a quando lo zucchero non inizierà a colorire e profumare ( attenzione a non farlo buciare e a mantenere pulite le pareti dalle gocce di caramello), se possedete un termometro da cucina deve raggiungere i 150° ( i preziosi consigli di Pamirilla valgono sempre!).
Nel frattempo far scaldare la panna , una volta pronto il caramello versare, lentamente, la panna, poco alla volta e amalgamare bene, fino a quando non inizierà ad addensarsi un pò.Spegnere e far raffreddare.


Versare il caramello sulla base della torta.
Sbucciare e tagliare a fette sottili la banana e disporle sopra il caramello.


Montare la panna con lo zucchero a velo e l'estratto di vaniglia, fino ad avere un composto ben fermo, versare sulle banane e livellare.

Cospargere di cioccolato fondente a scaglie e conservare in frigo fino al momento di consumare.

Rimuovere dallo stampo staccando delicatamente dai bordi con una spatola ( io avevo rivestito con carta forno) e servire.






Con questa ricetta partecipo al contest Strati su Strati



Con questa ricetta partecipo al contest di Rosso Lampone: Sapori tra le righe



Avevo cominciato a parlare anche di libri, su queste  pagine, poi ho smesso...di scriverne, ma non di leggere.

La lettura è uno di quei piaceri a cui difficilmente si rinuncia e, soprattutto, è un piacere da solitari , immergersi in un libro è come entrare in un'altra realtà, in cui le azioni, i pensieri si svolgono davanti ai nostri occhi e noi ne siamo spettatori e attori allo stesso tempo.

Ho scovato il contest di Rosso Lampone. Sapori tra le righe  e ho immediatamente pensato alla ricetta da proporre: avevo appena terminato la lettura della trilogia della Pancol, scrittrice che non conoscevo , ma ho scoperto con molto piacere, passando da Gli occhi gialli dei coccodrilli a Il valzer lento delle tartarughe, per finire a Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì.

A parte i titoli piuttosto originali, la storia è quella di una famiglia moderna, nel corso di circa dieci anni,ambientata tra Parigi, Londra e New York, avvenimenti e personaggi si incrociano, scompaiono e poi si ripresentano nel libro successivo, trattenendo il lettore con il naso nelle pagine per scoprire come e cosa e chi.
La protagonista è Josephine , una donna quarantenne alle prese con un divorzio,con due figlie adolescenti, una vita da recuperare e una bugia: suo malgrado diventa famosa scrivendo un romanzo  al posto della sorella.
Le cose si complicano: quando si scopre l'inganno, la sorella bellissima , ricchissima  cade in depressione, finisce in una clinica, si allontana dal figlio e dal marito, bello anche lui , ricco, e che te lo dicoaffà, che ama circondarsi di opere costosissime e pregiate.
Si susseguono situazioni, personaggi, riflessioni sulla vita e sulla commedia umana , si viene presi dal vortice della lettura  e non si vorrebbe mai smettere, affezionandosi ad ogni singolo personaggio, nel bene e nel male.
Non racconto altro della trama, anche perchè è talmente articolata che lascerebbe sicuramente qualcosa fuori, un solo consiglio, leggete questi libri.

Nelle oltre 1800 pagine  si racconta senza esagerare, di cibo, se ne parla nella preparazione di un tacchino farcito per Natale, complice di un bacio rubato, ma quello che mi ha colpito maggiormente è la descrizione della preparazione di una vellutata di zucca nell'ultimo libro della serie.

Becca, una barbona, viene accolta in casa da Philippe (il marito ricchissimo di cui sopra) su insistenza del figlio Alexandre, che in lei aveva trovato l'unica amica e confidente.
Lei è una ex-étoile della danza , dimenticata da tutti, che ha scelto di vivere ai margini, trascinandosi su una sedia a rotelle e trasportando così i suoi pochi stracci.
L'incontro con Alexandre le cambia la vita e la cambia anche a Philippe, và a vivere con loro e piano piano ognuno ricompone il puzzle dei proprio sentimenti che la vita aveva sparpagliato...anche Becca.
Riesce finalmente a rifare pace con il suo amore, morto anni prima.
Lei era vecchia, ma il suo amore era rimasto vivo...Il suo amore che la faceva danzare, saltare , la sollevava sopra la testa. [...]Quando lui se n'era andato, lei aveva incassato il colpo a bruciapelo. Pam! Era morta. Nessuno se n'era accorto, ma lei sapeva che si stava dissanguando a poco a poco. Era una ferita invisibile, una ferita su cui non si poteva soffermare più di tanto perchè era qualcosa che succedeva a tutti.Percò non ne parlava.
Aveva continuato a perdere sangue.
Tenendosi dritta, pallida, esile.Si era ritrovata per la strada.Su una sedia con le rotelle.Vecchia, infelice. E così banale. Banale di fronte alle disgrazie del mondo intero. Inutile.Come se per servire a qualcosa, [...], si dovesse essere giovani[...].Tuttavia si è vivi anche quando si è vecchi e non si è più esuberanti.
Le sembrava di assomigliare alla zucca nell'acquaio.Si era ammorbidita e si lasciava sbucciare senza dire niente.[...]
La tagliò a tocchetti e fu subito più semplice pulirli uno a uno. "Lasciamo ammorbidire la zucca con un pò di latte, burro salato e  scalogno." Aggiunse sale, pepe, mescolò con il cucchiaio, schiacciando la zucca che si disfava dolcemente, scoppiettando in bolle arancioni ai bordi della pentola.
"Vedrà è buonissima, un cucchiaio di crème fraiche e sarà una delizia".
Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì - Katherine Pancol

Come finisce la storia? Questo vi consiglio di scoprirlo da soli, intanto godiamoci la

Vellutata di zucca di Becca


 per 4 persone
  • 1 kg di zucca pulita a cubetti
  • lt 1,5 di latte fresco
  • scalogno 2
  • burro salato 50 gr
  • sale
  • pepe
  • crème fraiche e poco latte per la finitura del piatto
 Far sciogliere il burro in una pentola dai bordi alti, affettare lo scalogno e farlo ammorbidire nel burro.
Unire la zucca a pezzetti, lasciarla rosolare brevemente e coprire tutto con il latte .
Far bollire bolcemente fino a quando la zucca non sarà disfatta, aggiustare di sale.


Per una consistenza più vellutata frullare tutto con un minipimer.

Servire con del formaggio cremoso lavorato con poca panna o latte, fino ad avere un composto soffice.
Versare una cucchiaiata sulla vellutata e cospargere con una macinata di pepe nero.



Con questa ricetta partecipo al contest di Rosso Lampone


Siamo circondate da esempi di donne illustri, di donne che hanno fatto la storia, di donne di fantasia che hanno popolato i nostri sogni e nelle quali ci siamo immedesimate.
Abbiamo sognato, sofferto, riso, pianto su pagine di romanzi .
Le abbiamo viste con gli occhi della mente esattamente come erano descritte dal loro autore o autrice.
Sono così tanti i personaggi femminili reali o non che ho amato, che ho avuto difficoltà a pensare a solo uno di loro.
Si affollavano tutti nella mia mente e chiedevano di essere presi in considerazione, di poter vivere quei cinque...tre...vabbè, un minuto di gloria , donatogli dalle mie brevi parole.
Allora come procedo?
Assegno un numeretto ed estraggo a sorte??...fosse mai che qualcuno pensi che sto facendo un giveway e mi multi anche!!
E allora?
Mi lascio guidare dal cuore.
Visto che questo che ho aperto un anno fa è un blog di cucina e non altro ( ma si era capito chiaramente, vero?)
Visto che l'arte culinaria è il principale argomento di queste pagine, 
la scelta è ricaduta su di lei

Madame Babette Hersant.

Immagine presa dal web
Indimenticabile protagonista del racconto Il pranzo di Babette di Karen Blixen, la stessa autrice della "Mia Africa".

Racconto breve che racchiude in sè tutte le suggestioni ben visibili nell'omonimo film del regista Gabriel Axel.
Ho sempre preferito i libri alle trasposizioni cinematografiche, ma questo è uno di quei rari casi in cui un film non toglie nulla alla pagina scritta, ma piuttosto la rafforza.

Ma passiamo a Babette.
Arriva a casa delle sue future padrone in una serata piovosa del 1871.

La prima immagine è quella di una donna tarchiata, bruna, mortalmente pallida.
 Fuggita dalla guerra civile in Francia, in cui ha perso marito, figlio e professione, giunge in Norvegia con una lettera di presentazione di un vecchio cantante, Papin , da giovane spasimante deluso di una delle due sorelle a cui è indirizzata.
La consegnerà a  Martina e Filippa, figlie del decano, ormai anziane e zitelle e alla guida della piccola comunità religiosa, al posto del padre.
  
La vita  di Babette scorre tranquilla tra pasti frugali e cestini da preparare per i poveri, parla poco la lingua locale e mantiene attorno a sè un alone di mistero, ma le due sorelle ne sono soddisfatte.

Babette è brava, riesce a contrattare sui prezzi nel suo titubante norvegese, tutta la comunità, dapprima ostile, piano piano si abitua alla sua presenza e all'effetto benefico e tranquillizzante che esercita sulle due sorelle.

Dopo 14 anni arriva da Parigi una grossa vincita di denaro, 10000 franchi.
Babette deve recarsi in Francia a riscuoterli, ma prima chiede il permesso alle due sorelle di poter preparare un pranzo celebrativo in onore del centenario della nascita del decano, un vero pranzo francese.

L'insistenza è tale che le signorine non riescono più ad opporsi.
Il loro consenso , infine, trasformò completamente Babette. Capirono che da giovane era stata stupenda.


Il viaggio a Parigi viene fatto, a novembre, e le provviste vengono acquistate; un giorno di dicembre arrivano.


La cucina delle due sorelle inizia a riempirsi di cibo e vini.

Martina rimase allibita quando vide rotolare fino in cucina una carriola carica di bottiglie. Toccò le bottiglie, ne prese in mano una.
"Babette, che cosa c'è in questa bottiglia?" chiese sottovoce, "non è vino?"
"Vino, madame!" rispose Babette, "no , madame, è un Clos vougeot 1846!" Dopo un attimo aggiunse " Viene da Philippe, in rue Montorgueil!" Martina non aveva mai sospettato che i vini potessero avere un nome, e fu messa a tacere.
L'idea della cena turba le due sorelle che si sentono in obbligo di giustificarsi nei confronti dei Fratelli e Sorelle invitati, dicendo loro che non sanno cosa avrebbero avuto da mangiare, o da bere , nel compleanno del genitore.
E quei vecchi, per amore delle due sorelle, decidono che quel gran giorno avrebbero taciuto a proposito di cibi e bevande.
La domenica iniziano i preparativi, agli ospiti si aggiunge il generale Loewenhielm, vecchia conoscenza delle sorelle quando era ancora un giovane ufficiale.

 Le sorelle non osano mettere piede in cucina in cui Babette e il suo assistente, scovato e arruolato per l'occasione, si muovono indaffarati.
Biancheria da tavola e argenteria e caraffe e bicchieri sono giunte chissà da dove.

Arrivano gli ospiti...inizia il pranzo.
La promessa di non parlare del cibo unisce i commensali, tranne il generale che subito apprezza il vino servitogli, intuisce che la minestra che ha davanti è brodo di tartaruga...e che brodo!
La conversazione è incentrata sul decano, sui sermoni, sulle azioni della sua vita, nessuno sembra far caso al cibo, neanche quando vengono serviti i blinis Demidoff, come se simili cibi li avessero mangiati ogni giorno per trent'anni di fila.

Il vino colma ancora i bicchieri e quando i Fratelli e le Sorelle lo vedono spumeggiare capiscono che non è vino.
" Ma Veuve Cliquot 1860!" come esclama il generale.

I convitati quella sera si sentivano alleggerire di peso e di cuore più mangiavano e più bevevano.
E poi arrivano le Cailles en sarcophage .
Il generale è di colpo riportato indietro nel tempo, a Parigi, a quando gli fu servito un piatto estremamente ricercato e gustoso, inventato dallo chef dello stesso cafè in cui stava pranzando, quel cuoco era una donna!
Quel piatto erano le Cailles en sarcophage.
La cena continua con splendida uva, pesche e fichi freschi.
 Babette compie una piccola magia, gli ospiti iniziano a sentirsi diversi, vecchi taciturni ricevettero il dono della parola, orecchi che erano stati quasi sordi per tanti anni si aprirono per ascoltarla.

Il tempo stesso s'era diluito nell'eternità.
Gli ospiti in uno stato di grazia e di seconda faciullezza vanno via.
Martina e Filippa si ricordano di Babette e si sentono improvvisamente il cuore colmo di riconoscenza per lei.
Babette è sfinita, nella cucina circondata di pentole e tegami neri e unti, è pallida e dichiara "Una volta ero cuoca al Cafè Anglais!"
"Ricorderemo tutti questa serata quando sarete tornata a Parigi, Babette"
"Non torno a Parigi...e come potrei tornare a Parigi, mesdames? Io non ho denaro".
"Ma i diecimila franchi?"
"Un pranzo per dodici al Cafè Anglais costerebbe diecimila franchi".
"Cara Babette, non dovevate dar via tutto quanto avevate per noi".
"Per voi? No. Per me".
"Io sono una grande artista".
"Sono una grande artista, mesdames:"
Allora Martina disse: "E adesso sarete povera per tutta la vita, Babette?"
"Povera? No.  Non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista.
Un grande artista non è mai povero. Abbiamo qualcosa di cui gli altri non sanno nulla".
E' così anche per monsieur Papin, si per il suo Monsieur, povera signora mia.
Me l'ha detto lui stesso .2e' terribile ed insopportabile essere un artista, essere incoraggiato a fare, essere applaudito per aver fatto meno del meglio.
Per tutto il mondo risuona un solo lungo grido che esce dal cuore dell'artista: consentitemi di fare il meglio che posso!"
Mi ha fatto piacere parlare di Babette, grande personaggio e ispiratrice di tante che cercano nel loro piccolo di creare con il cibo una magia.
La ricetta da cui sono partita sono Le cailles en sarcophage.

Quando però il diavolo ci mette la coda, diventa sempre tutto complicato...per prima cosa non ho trovato le quaglie disponibili, i miei figli non avrebbero mai mangiato qualche volatile ripieno di patè e tartufo, e ultima cosa, dovevo fare una sfoglia glutenfree.

Vabbè allora questo è quello che è diventato il piatto per mettere d'accordo figli e voglia di provare, sicuramente la preparazione di Babette era un'altra cosa, ma la bontà resta.

Per la ricetta originale di Babette basta cercare in rete, io mi sono attenuta al procedimento cambiando qualche ingrediente.



Poulet en sarcophage glutenfree
(per 2 persone)

  • 2 polletti molto piccoli
  • 2 vol-au-vent gluten free
  • sale
  • pepe
Per la farcia
  • 150 gr salsiccie fresche
  • burro chiarificato( visto che oramai ce l'ho!)
  • mezzo scalogno
  • 50 gr funghi champignon
  • 40 gr lardo a fette
  • timo fresco
  • 50 ml vino bianco
Inoltre:
  • 8 fettine di lardo tagliato a fette sottili
  • 2 cucchiai di Porto
  • 1 bicchiere di brodo leggero

Finta sfoglia gluten free
(anche questa ricetta gira in rete in svariate versioni, non so più da chi l'ho presa anche in queste proporzioni)

Una premessa qui è d'obbligo.

Ho sottovalutato e letto in ritardo il consiglio- suggerimento di Stefania di utilizzare dello xantano...adesso capisco a cosa potesse servire, visto che sono stata a fare l'appello di tutti i santi del Paradiso!


Ingredienti:

250gr di farina ( per me 80 gr farina di riso, 90 gr fecola di patate, 80 gr amido di mais)
250gr formaggio spalmabile (tipo Philadelphia o similari)
160gr burro morbido
2 pizzichi abbondanti di sale

Setacciare le farine con il sale, unire il formaggio ed il burro a pezzetti e mescolare con una forchetta e poi velocemente a mano.

Cercare di dare la forma di un panetto e mettere in frigo per almeno 30 minuti.

Riprendere l'impasto e procedere con le pieghe...ho dovuto utilizzare un tappetino in silpat come base e la pellicola per alimenti tra la pasta e il mattarello, altrimenti si sarebbe attaccato tutto!

Ho fatto questa operazione per 3 volte, sempre con un riposo di 30 minuti tra una e l'altra.

Alla fine ho prelevato la sfoglia, che oramai aveva, almeno all'apparenza , quasi l'aspetto giusto e ho tentato di creare i sarcophages per i mie poulet!!!

Dopo aver sistemato il risultato su carta forno ho fatto cuocere per 30/35 minuti a 180°.

Consiglio: uno solo, la prossima volta sfoglia glutenfree già pronta!!! ^_^




********************

Preparazione dei poulet

Per prima cosa cercate di disossare i polletti aprendo dal  lato superiore, centralmente, staccando bene il petto dallo sterno e proseguendo lungo la gabbia toracica, separandola bene dalla pelle.

Tenere da parte.

In un padellino sciogliere un cucchiaino di burro e soffriggere il lardo tagliato a dadini, aggiungere la salsiccia privata della pelle e sbiciolata e lasciar cuocere, a metà cottura unire il vino bianco,far evaporare.

Unire i funghi mondati e tagliati a fette, aggiustare di sale e pepe ( se piace), unire il timo fresco.

Continuare la cottura fino a quando i funghi non saranno cotti al punto giusto, controllare che resti un pò di fondo di cottura.

Al termine versare tutto nel mixer e tritare fino ad avere la consistenza di un patè.

Riporre in frigo per 30 minuti.

Prendere i polletti , farcire l'interno con il patè di funghi.
Ricomponeteli . Fasciateli con le fettine di lardo e, se occorre chiudere con dello spago da cucina.

Posizionare in una teglia con un pò di burro sul fondo e passare in forno preriscaldato a 200° per 30/40 minuti ( i tempi variano a secondo della grandezza dei polletti).

Al termine liberare dallo spago da cucina e porre ognuno in un vol-au-vent.
Sistemare in una seconda teglia e tenere al caldo.

Porre sul fuoco il contenitore nel quale avete cotto i polletti, in cui si sarà raccolto il fondo di cottura, allungare con il brodo e il Porto e ridurre a fuoco vivo.

Versare almeno tre cucchiai del liquido su ogni polletto, facendolo penetrare anche nel vol-
-au-vent.
Reinfornare per 5 minuti.

Servire caldo.

E con questo piatto mi sono sentita un pò chef del Cafè Anglais anche io!!





  



Con questa ricetta partecipo  al contest di Stefania
per le Donne (St)raordinarie


Ringrazie tutti coloro che mi lasceranno un commento, ma non potrò ricambiare la visita in questi giorni...sono a perugia con la mia famiglia per un fine settimana di relax!
Ci si rilegge lunedì!!


Accabadora

"Invece a Maria la scuola piace...- proseguì decisa a non lasciar cadere il discorso. -...cosa vuoi diventare Maria, dottore di mandorla ? Professore di orli e di asole come Tzia Bonaria Urrai ?
  Le altre sorelle risero , ma la ragazzina non si lasciò intimidire ; non era la prima volta che sua madre batteva su quel tasto per sfotterla, e sin dall' inizio del discorso aveva capito che anche quel giorno la stava aspettando al varco.
 - La scuola serve a tutto, serve anche per fare i dolci.
 - Come no. Noi senza scuola i dolci non li sapevamo fare , infatti. Ma cosa t'inventi ?
 Maria smise di grattugiare il limone che aveva in mano e prese una delle palline di pasta di mandorle che Regina aveva appena finito di arrotondare. Poi la porse alla madre con aria di sfida.
 - Lo sai perchè i gueffus si chiamano gueffus?
 Anna Teresa Listru la guardò come se fosse diventata matta , mentre le sorelle avevano smesso di muovere le mani per godersi la scena.
 - Che domanda. Si chiamano così perchè si sono sempre chiamati così.
 - Si ,  ma perchè? Perchè non si chiamano bombette, o...trictrac?
 Bonacatta si lasciò sfuggire una risatina, incassando subito lo sguardo di fuoco della madre.
 - Non lo so . E tu lo sai ? Diccelo , maestra Maria , dai. Spiegaci questa cosa fondamentale.
 - Perchè la parola deriva dai Guelfi, i combattenti che nel Medioevo sostennero il papa contro l'imperatore.
 - Interessante. Si tiravano palle di pasta di mandorle ?
 Stavolta le altre risero tutte , ma Maria proseguì imperterrita.
 - Si chiamano così perchè quando li mettiamo a caramella nella carta, tagliuzziamo i bordi a denti piatti , come le torri dei castelli guelfi.
  Anna Teresa Listru aveva ascoltato la spiegazione tra l'irritato e il divertito , ma ora si divertiva e basta.
 - Roba da non credere...
 Con grazia esibita prese un guefo dal tavolo infarinato e se lo portò alla bocca , dandogli un morso che ne staccò metà. Mentre masticava chiusa gli occhi e poi li sgranò improvvisamente , ostentando sorpresa.
 - Mi scenda un lampo ... Adesso che so perchè si chiama così ha persino cambiato sapore ! Certo che se non me lo dicevi , Maria , non sapevo proprio cosa mi perdevo !
 Giulia e Regina , che tra credere e non credere avevano furtivamente addentato un guefo tanto per gradire , per poco non si strozzarono dalle risate , mentre Bonacatta, preoccupata di non vanificare la preparazione dei suoi dolci, commentava con un sorriso la delusione di Maria :
 - Per oggi la lezione ce l'hai fatta . Adesso fai un'altra cosa bella, finisci i limoni , che devo mettere la cappa ai pirichittus . E ti avviso che se mi chiedi perchè si chiamano così, io lo so.
 - Ma te lo dice quando cresci -. Regina si prese uno scappellotto per quell'impertinenza, mentre Maria si rimise a grattugiare le scorze con furia degna di miglior causa.
Per tre giorni interi la casa della sposa fu un vero formicaio , un viavai di parenti e vicine di casa con le sporte piene di ingredienti freschi e vassoi in prestito su cui riporre i dolci finiti . Le sorelle Listru lavorarono quasi senza sosta , alternandosi i compiti per dar vita al miracolo di un esercito di capigliette ricamate di zucchero come trine [...] e centinaia di rotondi gueffus di mandorle, avvolti uno per uno a caramella nella carta velina bianca sfrangiata all'estremità come le torri guelfe.

Da Accabadora di Michela Murgia ed. Einaudi pag. 44

E per chi volesse leggerlo dico solo che è la storia di una donna e una bambina, "l'incontro di due solitudini che ha il sapore della grazia".




I gueffus
  • 200 gr farina di mandorle
  • 120 gr zucchero
  • 3/4 di cucchiaio di acqua di fiori d'arancio ( io ho utilizzato mezza fialetta)
  • 20 gr zucchero a velo
Sciogliere lo zucchero con 2 cucchiai di acqua e l'aroma di fiori d'arancio.
Continuare a mescolare senza far caramellare.
Dopo 10' versare la farina di mandorle.
Mescolare e cuocere fino a che il composto non sarà denso e abbastanza asciutto, non troppo altrimenti si sbriciolerà.

Fare delle palline grandi come una noce e rotolarle nello zucchero a velo.

Avvolgere ogni pallina a caramella in un pezzetto di carta velina sfrangiata alle estremità...a ricordare le torri dei Guelfi, come ci ha insegnato Maria.

 Ricetta presa dal sito  http://www.ideasardegna.com/i-gueffus/






Con questa ricetta partecipo al contest di Elisa





Con questa ricetta partecipo al contest di Stasera si cena da noi




E al contest di Cuochi da biblioteca








C'è stato un momento nella mia vita in cui ho iniziato a raccogliere libri che avessero nel titolo qualche riferimento al cibo, libri famosi e meno famosi, belli e brutti, poi mi sono accorta che questo tipo di raccolta mi avrebbe creato notevoli problemi di spazio in casa, visto che non vivo ancora in una biblioteca, allora ho lasciato perdere...passando ai libri che CONTENEVANO ricette o riferimenti al cibo.

Camilleri con Montalbano, naturalmente la fa da padrone, ma anche Manuel Vàsquez Montalbàn con Pepe Carvalho mi hanno incuriosito e così sono passata direttamente alle "Ricette immorali" e la voglia di provarle è sempre stata forte, ma non mi ha mai vinta!

Ora è giunto il momento approfittando di una simpatica iniziativa di l'acqua "dorosa" intitolata Il delitto è servito.

Per tutti i riferimenti vi rimando al suo blog, mentre vi lascio con  la ricetta che ho deciso di provare usando le parole di Montalban:
"Piatto aromatico a cui poco aggiunge la base neutra del riso e lo scontro ambiguo con le vongole.
Ma che aromi! E' un piatto che va annusato in modo profondo, ampiamente, con il naso che volteggia sulla patria biancoverde e morbida del riso e del prezzemolo. Piatto da cena in veranda, quando il crepuscolo affaccia il suo capo bifronte di sole e di luna, "capvestre" (capovespero) lo chiama una lingua civile come il catalano. Da cena in veranda biancomalva con vetrate precise affacciate sul Mare del Nord, o da cena in una veranda liberty aperta in mezzo a un'esplosione di imprecise piastrelle di maiolica che guarda il Mediterraneo.
Si può anche fare con le telline, schifosamente piene di sabbia, ma economiche, e consente di apprezare il naso del partner, appendice, all'apparenza, di scarso rilievo erotico ma che tanto ne ha nella pratica."

Ricette immorali di Manuel Vàsquez Montalbàn pag.19



Riso alle vongole
Ingredienti per 5 persone
  • 400 gr riso
  • 400  gr di vongole sgusciate
  • 2 spicchi di aglio
  • 1 peperone verde non enorme
  • prezzemolo tritato
  • olio EVO
  • brodo di verdure 1,5 l
Versate l'olio in una casseruola di terracotta, insieme al peperone verde tritato, in modo che si ammorbidisca un pò.
 Subito dopo aggiungete il trito d'aglio, il riso e le vongole.

Quando il riso e le vongole cominciano a imbiondire, coprite il tutto con un pò di brodo.


Aggiungete una buona quantità di prezzemolo tritato.

Versate il resto del brodo (tre volte la quantità del riso), cuocendo il tutto a fuoco vivo per 20 o 30 minuti.

Quando il riso è quasi pronto, ritiratelo dal fuoco e lasciatelo riposare per 5 minuti.








Con questa ricetta partecipo al contest di L'acqua"dorosa"












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